L’amaro nel vino: quando il troppo stroppia

Se c’è una sensazione gustativa che non riesco a perdonare ad un vino è l’amaro. Un tocco di amaro nel vino è ammissibile, ci mancherebbe, può dare “sapore” e allungo, può rafforzare l’acidità e contrastare glicerine e grassezze assortite, certo. Può diventare nobile e trasformarsi magicamente in amertume

Ma quanto è troppo diventa insopportabile! Almeno per me, che sospetto di avere una soglia di tolleranza piuttosto bassa. Sono due i tipi di amaro in cui mi imbatto generalmente:

Alto Adige Goldmuskateller Graf 2015 - Meran
Alto Adige Goldmuskateller Graf 2015 – Meran

1. l’amaro dato da un utilizzo sconsiderato della barrique, o più in generale del legno nuovo. Ironia della sorte il legno nuovo spesso è utilizzato con la finalità contraria, ovvero apportare sensuali dolcezze e vanigliose mollezze oppure per addomesticare il tannino e renderlo più “rotondo”. L’effetto di un uso sbagliato del legno (o anche dell’uso del legno sbagliato, leggasi tostatura) è invece del tutto opposto: tannini gallici amari e ruvidi, sensazioni in chiusura di bocca ed in fondo alla lingua liquiriziose e scomposte…e quando la lunghezza di un vino è data solo da una scia amara non hai certo voglia di un secondo sorso.

2. l’amaro delle uve aromatiche malamente vinificate secche. Se i moscati e le malvasie sono sempre state vinificare con residuo, ci sarà un motivo! Uno dei motivi principali è che il residuo zuccherino di queste uve compensa la componente amarognola che altrimenti tendere a prendere il sopravvento. Però il mercato ultimamente chiede vini secchi ed ecco abbondare l’offerta di vini secchi ottenuti da uve aromatiche. Avrai sentito parlare di recente addirittura dell’Asti spumante secco. Queste amare 🙂 riflessioni le facevo mentre sorseggiavo – a fatica lo ammetto – l’Alto Adige Goldmuskateller Graf 2015 – Meran. Accattivante e femminile nei profumi di frutto della passione, rosa, lime, sambuco…ma stravolto dall’amaro. Non sono riuscito a finire il bicchiere. Sul sito della cooperativa Meran leggo che il vino è ottenuto da macerazione a freddo (sigh) per 15 ore. Poi fermentazione alcolica a temperatura controllata in piccoli serbatoi vinari di inox. Segue maturazione sui lieviti.

Ci sono le eccezioni però. Non molte ma ci sono.
Qual è l’ultimo vino aromatico secco che hai apprezzato?

Bim Bum Bandol!

Oggi ti parlo di un vino di Bandol: siamo in Provenza, tra Tolone e Marsiglia. Bandol è una denominazione piuttosto conosciuta in Francia ed è famosa all’estero, come altre denominazioni provenzali, soprattutto per i vini rosati. Ottima reputazione però hanno anche i vini rossi. Più rari e meno significativi invece i vini bianchi.

Bandol "Les Figuiers" 2013 - Moulin de la Roque
Bandol “Les Figuiers” 2013 – Moulin de la Roque

E’ il regno del vitigno mourvèdre, usato in prevalenza e spesso accompagnato a grenache e cinsault.

Bandol “Les Figuiers” 2013 – Moulin de la Roque

La veste è rosso rubino impenetrabile, al naso è la frutta rossa ben maura che emerge, poi una nota calda, la violetta e note speziate e animali riconducibili al cacao e al cuoio. La bocca è meno interessante e piuttosto alcolica. I 13% di titolo alcolometrico non sono ben integrati nella massa del vino che, peraltro, si muove in bocca abbastanza confuso: alcol, tannino amaricante e rustico e dolcezze di frutto in chiusura.

Vino tutt’altro che elegante. Purtroppo latita anche la personalità che a volte compensa qualche squilibrio di troppo.

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Se hai voglia di assaggiare un Bandol degno di nota, anche in rosso, ti suggerisco Château de Pibarnon oppure Domaine Tempier.

Maury, l’alito sudista di Francia

Oggi ti parlo di un territorio di Francia tra i meno frequentati in Italia, ovvero della AOC Maury. Ci troviamo a una trentina di km da Perpignan, nella Francia più mediterranea quasi al confine con la Spagna.

Le vigne di Maury si estendono in quattro comuni dei Pirenei orientali: Maury, Tautavel, Saint-Paul-de-Fenouillet e Rasiguères. L’AOC esiste dal 1936 ed era dedicata in particolare ai vini dolci naturali ottenuti da grenache. Molto più di recente la denominazione consente anche la produzione di vini secchi.

Ho assaggiato proprio un vino secco di Maury, ottenuto da grenache, syrah e carignan:

Maury Sec 2013 Serge&Nicolas – Domaine Cabirau

Il vino si presenta in una veste rubino molto compatto; il naso inizialmente è segnato non dal legno in sé, ma dalla sua azione sulla massa del liquido odoroso: cioccolato, tabacco, eucalipto, chiodo di garofano…poi emerge la frutta rossa molto matura (amarena sciroppata), corteccia e terra smossa.

Ad un naso così articolato e di personalità non si accompagna, purtroppo, una bocca altrettanto stratificata: l’ingresso è ampio ma lo sviluppo del sorso non ha molta dinamica ed anzi risulta anche piuttosto rapido e molle. I 14,5% di alcol si sentono soprattutto in chiusura. Le morbidezze del vino non sono per nulla compensate da tannino o acidità sufficienti. Il retrolfatto è di frutta stramatura e caratterizzata da un percettibile residuo zuccherino (pur nei limiti di un vino definibile secco).

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Non escludo che questo vino possa piacere molto di più a chi apprezza e ricerca voluttuose morbidezze.

Vitigni internazionali in Savoia: non ci siamo proprio!

Qualche tempo fa, in un post dedicato ai vini della Savoia, avevo sostenuto come i vitigni autoctoni sposati alle pratiche biodinamiche fossero gli atouts della Savoia. Dopo qualche esperimento ho infatti smesso di bere vini savoiardi ottenuti di vitigni “internazionali”.

Vin de Savoie Chardonnay 2013 - Domaine Dupasquier
Vin de Savoie Chardonnay 2013 – Domaine Dupasquier

Ma il destino è cinico e baro e, per ripicca, mi ha riproposto, alla cieca, un vino che mi ha proprio deluso…soprattutto dopo aver scoperto che è di un produttore che amo ma che, a giudicare da questo caso, ben farebbe a dedicarsi agli splendidi vitigni della propria regione.

Vin de Savoie Chardonnay 2013 – Domaine Dupasquier

Il naso parte piuttosto bene su note floreali (tarassaco e altri fiori di campo), poi fieno, nocciola e prugne Mirabelle. La bocca però entra larga e alcolica e da lì non si smuove. Il vino manca di dinamica e nerbo acido, la chiusura ed il retrolfatto sono dominati da calde note fruttate.

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Insomma, in Savoia meglio continuare a scoprire ed esplorare i vitigni del luogo. Se proprio devi bere chardonnay resta in Borgogna (anche se lì le delusioni, sempre possibili, si pagano a caro prezzo!).

Soave Cima Alta: dov’è l’espressività vulcanica?

Espressività territoriale, suoli vulcanici, naturalezza e sapore del Soave disperatamente cercasi…E’ questo che ho pensato dopo aver assaggiato un Soave su cui avevo aspettative molto superiori all’esito risultante dall’assaggio. Ricorderai che ti ho parlato di Soave non troppo tempo fa.

Soave Classico Cima Alta 2015 - Corte Adami
Soave Classico Cima Alta 2015 – Corte Adami

Soave Classico Cima Alta 2015 – Corte Adami

Vino proveniente dalla vigna più alta (338 m s.l.m.) della zona classica, 100% Garganega, eppure la piacevolezza, l’espressività e la tipicità dei migliori Soave qui è assente. I profumi sono di un generico frutto bianco (pesca bianca), di un primario e monotono anice, di uno straniante melone che esce all’alzarsi della temperatura. Vino deludente anche in bocca, molle, dolcina con alcol che torna in chiusura insieme ad una sapidità presente che salva il vino, dandoti la stessa piccola ed amara soddisfazione di quando la tua squadra di calcio evita il cappotto segnando il gol della bandiera…

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Verdicchio Kypra 2014 – Ca’ Liptra

Oggi ti parlo di un vino che, inutile girarci attorno, ha deluso le aspettative.IMG_8101

Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore “Kypra” 2014 – Ca’ Liptra

Il naso si apre su sentori piuttosto originali di frutta gialla matura (nespola), mandorla, ossidazione incipiente (mela grattugiata), la bocca è larga ma anche seduta con poco allungo e stratificazione. Probabilmente complice l’annata la bocca è debole di corpo e carente di acidità, tant’è vero che il poco alcol nominale del vino si sente tutto in chiusura di bocca. La persistenza è minima anche se rimane la percezione di una sapidità che rende il sorso più piacevole.

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Ca’ Liptra è un’azienda situata a Cupramontana, in Contrada San Michele, una delle zone più vocate del Verdicchio e lavora 2 soli ettari di vigneti con un’età media di 40 anni.

 

Quei produttori che si arrabbiano delle critiche

criticaOrmai nel mondo del vino non si leggono più critiche o stroncature, neppure travestite da amorevoli suggerimenti. La critica enoica, sui blog e nelle riviste, fa solo storytelling…senza approfondire, senza criticare, senza esprimere opinioni franche e dirette. E soprattutto: senza fare nomi.

Anche per questa ragione i produttori stessi si sono disabituati a chi, raramente e con il dovuto tatto, si permette di sollevare qualche perplessità su come vengono pensati e realizzati certi vini. E generalmente reagiscono accusando il malcapitato che ha avuto il coraggio e la voglia di esprimere la sua opinione.

Emblematico il bailamme provocato dalle circostanziate critiche che Francesco Oddenino ha rivolto ai produttori di Roero in questo post.

Ma qual è il contenuto dell’articolo incriminato?

Te lo racconto in sintesi: l’autore, dopo aver assaggiato alla cieca 23 Roero 2013 e 23 Roero Riserva 2012, esprime delle perplessità sulla tipologia Riserva. Vini spesso stravolti dal legno e ottenuti da uve ultra-concentrate e stramature.

Come dargli torto? Sono mesi che neppure il sottoscritto assaggia Roero degni di nota, è sicuramente una delle tipologie meno appeal di Italia. Perché i produttori invece di indignarsi non si interrogano?

Generalizzare è sempre sbagliato quindi ti invito a segnalarmi qualche Roero degno di nota, prometto di assaggiarlo e raccontarlo qui sul blog.