L’era della post-verità è arrivata anche nel mondo del vino (sigh!)

Post-verità, post-truth in inglese, è un’espressione molto di moda in tempi recenti. Il suo utilizzo massiccio è stato riscontrato, prima in ambienti accademico/giornalistici e poi anche nel linguaggio comune, in particolare dopo la Brexit e in seguito all’elezione a Presidente degli Stati Uniti di Trump.

Post-truth o post verità anche nel vino
Post-truth o post verità anche nel vino

Peraltro, la parola ha avuto talmente successo da diventare parola dell’anno 2016 per Oxford Dictionaries.

Ma che cos’è la post-truth? Con post-verità, forse sarebbe meglio tradurre con pseudo-verità, ci si riferisce a concetti e affermazioni non vere, anche se spesso “verosimili”, che ottengono ascolto e spostano l’opinione pubblica in quanto parlano più all’emotività e alla pancia delle persone che alla loro razionalità.

E nulla cambia se queste affermazioni vengono poi smentite e facilmente dimostrate come “bufale”.

Qualche esempio?

Determinante per la Brexit è stata una notizia, falsa e facilmente falsificabile, sui soldi spesi dalla Gran Bretagna per l’Unione Europea; l’elezione di Trump si è giovata di molte bugie, la più eclatante quella relativa al certificato (e al luogo) di nascita di Obama, andando indietro nel tempo potrei citare le famose armi di distruzione di massa mai trovate oppure, restando a casa nostra, la notizia che l’Accademia della Crusca avesse accettato ed inserito nel dizionario (?) la parola #petaloso (in realtà bastava andare alla fonte e rendersi conto che l’Accademia aveva semplicemente dato un parere accondiscendente ad un piccolo alunno di una scuola che aveva commesso un simpatico errore).

Il web ed i social network alimentano queste bufale, spesso con l’inconsapevole complicità di pigri giornalisti, anche di testate importanti, che le riprendono e le diffondono on line senza ulteriori verifiche. Come la recente scoperta, ovviamente falsa, di un tunnel sottomarino scavato dai Romani che avrebbe collegato la Calabria alla Sicilia! :-0

Tutto questo mi è tornato in mente quando, dopo essere stato inondato di condivisioni e messaggi sul mio prossimo lavoro dei sogni, ho capito che anche il mondo del vino non è immune alla post-verità.

Che cosa hanno fatto quei buontemponi di wineowine per pubblicizzare il loro e-commerce di vino? Hanno pubblicato un annuncio di lavoro letteralmente in-credibile ripreso da numerosissimi media nazionali (qui sotto quanto scriveva Radio Deejay sul suo sito).

Radio Dee Jay e il lavoro dei sogni
Radio Dee Jay e il lavoro dei sogni (credits)

La notizia che mi è arrivata e che ha fatto il giro d’Italia in poche ore era la seguente: un’azienda cerca qualcuno per assaggiare vini in giro per l’Italia e non trova candidati! Nonostante tra i benefits siano previsti:

  • Palestra
  • Massaggiatore (una volta la settimana)
  • Vitto e alloggio
  • Spese di trasferta
  • Possibilità di avere un’accompagnatore per le trasferte

Una notizia così succulenta poteva passare inosservata al mondo dei media?

Una cosa è certa, l’agenzia di comunicazione di wineowine ha creato una pubblicità virale (e a basso costo) che cavalca in pieno l’era della post-verità.

Qualche dubbio deontologico io ce l’ho, soprattutto pensando alla disoccupazione giovanile che c’è in Italia…

Il Timorasso co-protagonista del nuovo film di Giovanni Veronesi

Da pochi giorni è nelle sale “Non è un paese per giovani”, una commedia del regista Giovanni Veronesi, che ha come co-protagonista un vino…il Timorasso!

Non è un paese per giovani - Giovanni Veronesi
Non è un paese per giovani – Giovanni Veronesi

Non sono pochi i film che hanno come protagonista il vino. Qualsiasi appassionato ha visto e rivisto Mondovino e Sideways – In viaggio con Jack, per citarne solo due…

Ma il caso in questione è diverso. Mi ha colpito molto la notizia – che ho letto per la prima volta su La Stampa – perché non si tratta di un film sul vino, ma di una commedia brillante in cui il timorasso, anzi il Derthona, entra nella scena iniziale grazie ad una brillante operazione di product placement.

L’incontro tra i protagonisti del film avviene nel ristorante dove viene ordinato il vino “Timoroso”. L’equivoco serve a spiegare che il vino si chiama Timorasso, anzi Derthona, e che dà il meglio di sé con l’invecchiamento.

L’occasione pubblicitaria è stata resa possibile grazie al Consorzio Tutela Vini dei Colli Tortonesi e con il benestare di Walter Massa e Carlo Volpi.

Un’iniziativa di marketing che mi sembra degna di interesse, un tentativo innovativo che mi sarei aspettato da Consorzi più ricchi e trendy e che mi ha sorpreso sia nata in provincia di Alessandria.

Ci sarà chi storcerà il naso…ma personalmente non sono affatto contrario a questo tentativo di far conoscere il Timorasso anche ai millennials.

Se hai visto il film dicci la tua!

 

Vino in Friuli ben prima dei Romani

Curiosa notizia quella riportata dal Messaggero Veneto: in Friuli si beveva vino ben prima dell’arrivo dei Romani.

In Friuli 3000 anni fa....
Credits: Messaggero Veneto

La scoperta è dell’Università di Udine che, da recenti scavi archeologici nei pressi di Aquileia, ha riscontrato come il consumo di vino in Friuli fosse presente oltre 3.000 anni fa. Uno dei più antichi casi di consumo di vino accertati nel nord Italia.

La prova? Tracce di vino rinvenute in una tazza di ceramica risalente all’età del bronzo (XIV e XIII sec a.C.). Riporta l’articolo del Messaggero Veneto:

Se un tempo – spiega la direttrice scientifica degli scavi a Ca’ Baredi, Elisabetta Borgna – si riteneva che il vino fosse arrivato insieme alla pratica del banchetto nella fase dei contatti tra Greci ed Etruschi nei primi secoli del I millennio a.C, oggi sappiamo che furono verosimilmente i Micenei durante l’età del bronzo, nella seconda metà del II millennio a.C., a far conoscere la coltivazione della vite e dell’olivo alle comunità italiane dell’Italia meridionale, da dove le conoscenze si sarebbero diffuse verso il Nord.

(…)

La scoperta di Ca’ Baredi – sottolinea Borgna -, già di per sé di grande valore, rappresenta un tassello importantissimo nel quadro dei rapporti a lunga distanza tra regioni mediterranee e nord-adriatiche ben prima dell’arrivo dei Romani nel II sec. a.C..

Ironia della sorte la scoperta è stata fatta a Canale Anfora, il nome (omen!) il nome di un canale artificiale vicino Aquileia e risalente ad età romana. Così chiamato per i numerosi ritrovamenti di anfore…chissà quali liquidi trasportavano!  🙂

 

Intervista ad Andrej Bole, il viticoltore schierato a favore del Prosekar

Come promesso nel post di ieri, in cui riassumevo le rivendicazioni del Comitato per il Prosekar, di seguito trovi l’intervista integrale ad Andrej Bole. Andrej è uno dei viticoltori con vigne sul costone carsico. Andrej ed i suoi colleghi che hanno consentito di “mettere in sicurezza” il Procecco DOC, ma ora vorrebbero produrre il loro Prosekar, come gli era stato promesso.

Prosekar
Prosekar

Vediamo le ragioni del Comitato per il Prosekar.

Domanda:
Buongiorno Andrej e grazie della sua disponibilità. Innanzitutto mi sembra d’obbligo chiedervi quali sono gli obiettivi del vostro Comitato per il Prosekar (che significa Prosecco in sloveno).

Risposta:
Non sono presidente o rappresentante dell’associazione, attualmente sono un viticoltore simpatizzante del Comitato. Vedrò in seguito cosa succederà non appena definiremo le priorità e i compiti del Comitato.
Per quanto concerne gli obiettivi del Comitato, dobbiamo ancora decidere su alcuni punti cruciali e in quest’istante non posso darvi notizie in merito però sulla valorizzazione e promozione della produzione locale siamo tutti d’accordo.

Il nome PROSEKAR non significa Prosecco-Prosek (inteso come nome geografico) bensì  “vino di Prosecco”, che in sloveno si dice PROSEKAR e si produce dalle uve delle nostre varietà autoctone bianche d’eccellenza: Glera , Vitovska e Malvasia. In questo modo si esprime il meglio di ogni varietà.

D.:
Voi sostenete che il Prosecco è nato nel Comune di Trieste, nella frazione di Prosecco. In origine tale vino era uno spumante dolce ottenuto da un uvaggio di tre vitigni: vitovska, malvasia e glera. Qual è la documentazione storica a supporto di questa rivendicazione?

R.:
documenti ce ne sono moltissimi:
– nel XVI secolo il vescovo Bonomo delimita la zona di produzione del vino Prosekar che va dal paese di Prosecco (300m sul mare) giù per i pastini (terrazzamenti) fino al mare prosegue sulla costa fino al porticciolo di Santa Croce per risalire fino al paese stesso che si trova sopra il ciglione (250 m.sul mare). Solo in questa porzione del costone il vino prodotto poteva essere chiamato prosekar o qualificato come liquor-vino superiore;
– nel 1689 Janez Vajkard Valvasor scrive nella sua “Gloria del Ducato di Carniola” che nelle vicinaze del paese di Prosecco-Prosek si produce il PROSEKAR di cui dà un giudizio lusinghiero;
– nel 1844 Matija Vertovc, parroco nella valle del Vipacco, scrive la prima viticoltura in lingua slovena “Vinoreja za Slovence”, dove menziona i vigneti del costone triestino, i vini fra i quali il Prosekar, le altre varietà locali;
nel 1873 il dott. Josip Vosnjak nel suo libro “Umno kletarstvo” (Buona pratica vinicola), destinato ai vignaioli sloveni, riporta una dettagliata descrizione del metodo di produzione;
agli inizi del Settecento, il predicatore Janez Svetokriški era costretto addirittura a riprendere le donne che si lasciavano andare nel berlo, mettendo in serio pericolo la propria verginità.

Di documenti ce ne sono ancora tanti e vi consiglio di parlare anche con il giornalista-ricercatore Stefano Cosma che nelle sue ricerche ha trovato tanti altri documenti che dimostrano la fama del nostro Prosekar in tutta Europa. (NdR: vedi pag 35. di questo documento pdf).

D.:
Quindi ciò significa che l’estensione della denominazione Prosecco DOC fino ad includere la frazione di Prosecco (TS) non è una semplice furbizia che ci mette al riparo da future rivendicazioni (ricordiamo che l’Unione Europea nell’affaire Tocai friulano vs. Tokaji ungherese ha sancito la prevalenze del luogo di origine sul nome del vitigno) ma ha precise ragioni storiche. Ci sono state delle promesse che il ministro Zaia o altri esponenti dell’allora Governo vi hanno fatto e che non stanno mantenendo? Oppure le vostre rivendicazioni sono nuove?

R.:
Le nostre rivendicazioni non sono nuove e l’allargamento della zona DOP PROSECCO non è furbizia ma necessità. Fin quando il vitigno si chiamava prosecco il vino Prosecco lo si poteva produrre in tutto il mondo, adesso no! Il lato triste di tutto questo è che la politica e le istituzioni ti ascoltano e sostengono soltanto quando sei abbastanza forte da affondarli! Avevamo un’idea simile, un paio di anni prima della nascita della doc Prosecco, ma è stata bocciata in maniera decisiva – forse c’era già qualcosa in pentola.

Le promesse dello Stato e della Regione: semplicemente vogliamo poter lavorare liberamente e serenamente, sembrerà strano ma tutti i vincoli, a sentire loro voluti dall’Europa, ci impediscono di fare il nostro mestiere. Ci hanno vincolato oltre il 70 % della superficie della provincia, tutta o prevalente proprietà privata, per la quale paghiamo anche le tasse, ma non possiamo fare nulla! E non sto pensando all’edificazione selvaggia, questo per noi agricoltori è sempre stato l’ultimo pensiero, perché con essa si distrugge il paesaggio.

Essendo il nostro sistema dei valori imperniato sulla proprietà privata, non credo che i proprietari siano d’accordo a non poter disporre e gestire la propria proprietà senza aver in cambio niente – mi sembra quasi un furto! E non credo che una, anche se disordinata, Europa dimentichi di offrire in cambio qualcosa per il disturbo causato ai suoi cittadini. Forse nel buio Medioevo, quando il contado dipendeva totalmente dalla volontà e dai capricci della signoria e della chiesa la situazione era migliore: la decima alla signoria , la settima alla chiesa, poi i lavori obbligati per i signori e se non venivano gli ottomani (Turchi) a saccheggiare e uccidere eri a posto, non avevi niente, ma almeno stavi in pace. Oggi in epoca moderna quando tutto si fonda sulla proprietà privata, te la negano senza espropriarti! E le autorità non ti ascoltano e nemmeno lo vogliono capire.

Noi ci troviamo in una situazione assurda: da un lato sembra che non vogliamo coltivare, ma appena lo vogliamo fare ci impigliamo in ragnatele burocratiche e vincoli paesaggistici, che semplicemente rendono qualsiasi sforzo inutile. Possiamo piantare vigneti per produrre anche il PROSECCO ma causa dei SIC e ZPS non lo possiamo fare!!! Allora?

A dire il vero qualcosa si è mosso, ma in tal misura che non si riesce a percepirlo: qualche ritocco sui vincoli, che però, in realtà non cambia niente nel contesto globale. Nella stesura dei piani di gestione delle zone SIC e ZPS noi agricoltori e proprietari della terra non siamo mai coinvolti, evidentemente siamo degli ignoranti barbari, deturpatori del territorio del quale non capiamo niente! Noi espropriati e loro fanno quello che vogliono, vedi: sincrotrone, la nuova sede postale, nuovi insediamenti abitativi, zone industriali, ecc.
TUTTO NEL NOME DEL PROGRESSO!

D.:
Amo molto i vini del Carso, soprattutto quelli a base di Malvasia, Vitovska, Terrano…non vorrei però che la produzione di Prosekar – magari limitata al Costone Carsico – generi confusione rispetto al Prosecco “classico” e in qualche modo metta in secondo piano le produzioni di grande qualità che già oggi il Carso può vantare. Non pensa possa esservi questo rischio? Non credete che l’espressione Prosekar sia troppo vicina a quella di Prosecco per essere autorizzata?

R.:
IL PROSEKAR E’ NATO QUI’! ANCHE IL NOME PROSECCO PUO’ CREARE CONFUSIONE !
All’industria serviva un nome geografico e cosi hanno inventato la grande zona doc prosecco (che mescola territori molto eterogenei: il costone carsico, il Carso, la pianura friulana, la pedemontana veneta e chi più ne ha più ne metta!).

Oggi il Prosecco moderno (monovitigno ) la fa da padrone, il PROSEKAR non può creare confusione, casomai la crea il Prosecco, che prende il nome e la storicità dal nostro originale PROSEKAR … il fatto è che per troppi anni la politica spingeva all’abbandono delle campagne, con il risultato che oggi tutti possono vedere. In questa maniera la gente ha dimenticato tanti usi e costumi e, tra questi, proprio la tradizione nata a Prosecco.

Per quanto riguarda la qualità e la quantità dei vini prodotti, non credo ci sia alcun problema: per noi viticoltori la tradizione è molto importante perciò credo che difficilmente trasformeremo tutta la nostra produzione di vini veri, sinceri e genuini in spumante, anche tenendo conto delle basse produzioni che non sono solo scelte produttive, ma anche dettate dalle condizioni naturali del nostro territorio (da noi non si riesce a produrre più di una certa quantità che difficilmente supera i 90 q. di uva per ettaro). Noi ci teniamo anche a mantenere il nostro territorio sano, quindi anche quando l’annata va (molto) male i trattamenti alle vigne non sono mai troppo numerosi. Non facciamo tutti biologico, ma anche chi coltiva in maniera convenzionale lo fa quasi nella stessa maniera del biologico, oggi lo chiamano sostenibile, qui era già normale molto tempo fa. Per finire in dolcezza il pericolo di svalorizzare i nostri vini non c’è, siccome le istituzioni fanno di tutto per aiutarci, a NON coltivare!

D.:
Il Prosekar secondo la vostra visione quali caratteristiche produttive dovrebbe avere? Il metodo di produzione si avvicina a quello del Prosecco Colfondo?

R.:
il Prosekar per tradizione nasce dolce o almeno amabile, e dovrebbe mantenere queste caratteristiche. Però nell’antichità, non c’erano le tecnologie moderne e ad un certo momento la fermentazione poteva arrivare fino in fondo, consumare tutti gli zuccheri del mosto e in quel occasione si produceva un buon Prosekar brut (definizione moderna), logicamente esisteva anche il fondo nelle bottiglie, ma all’epoca era normale. La fermentazione veniva fatta partire nei tini : per facilitare il controllo della fermentazione e la sfecciatura, poi veniva imbottigliato e consumato dopo qualche tempo già frizzante.

Prosecco or Prosekar? That is the question. Intervista al Comitato per il Prosekar

La trasmissione Report di RAI3 ha avuto l’enorme merito di portare a galla numerose questioni aperte in seguito all’allargamento dell’area di Produzione del Prosecco DOC.

Prosecco DOC: zona di produzione
Prosecco DOC: zona di produzione (Credits: Discover Prosecco Wine)

Voglio oggi parlarti non tanto dell’uso e abuso dei pesticidi in vigna quanto, altresì, di un aspetto meno noto ma molto interessante e che la trasmissione ha solo sfiorato.

I fatti

L’area più nobile e tradizionale del Prosecco che tutti conosciamo è senz’altro quella di Conegliano Valdobbiadene e di Asolo. E’ l’area più delimitata che puoi riconoscere nell’immagine qui sopra e che corrisponde a due DOCG specifiche: Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG e Asolo Prosecco Superiore DOCG.

Per sostenere il clamoroso successo commerciale del prosecco, è stato necessario (?) allargare la zona di produzione del Prosecco DOC ad un’area molto vasta che va da Padova a Trieste, passando per Treviso, Belluno, Pordenone, Udine e Gorizia! Contestualmente è stata trovato un escamotage che permettesse di proteggere il nome “prosecco” rendendolo di fatto inutilizzabile fuori dalla zona di produzione. Qual è stato l’italico escamotage? Decidere per legge che il vitigno da cui si ricava il Prosecco si chiama glera e che il Prosecco corrisponde al toponimo di una zona in cui storicamente si produceva un vino chiamato prosecco. Ed è per questo che l’area di produzione è stata estesa fino a Trieste, per ricomprendere nella DOC anche la frazione del comune di Trieste che si chiama Prosecco!

L’effetto è stato dunque duplice: da una parte consentire l’estensione della zona di produzione del Prosecco per sostenere le vendite, dall’altra mettere in sicurezza l’espressione “prosecco” che non può più essere usata in nessuna denominazione fuori dalla DOC. E’ stato scongiurato insomma un altro eventuale contenzioso, simile a quello che contrappose il Tocai friulano (vitigno) al Tokaji ungherese (zona geografica) e che costrinse i produttori friulani a cambiare il nome al loro celebre vitigno.

Le rivendicazioni

Ma i produttori triestini della piccola frazione di Prosecco cosa hanno ottenuto in cambio? Pare nulla. Ed ora battono cassa, rivendicando non solo la paternità del Prosecco ma anche il rispetto delle promesse fatte a suo tempo dal ministro Zaia: bonifica del costone carsico e allentamento dei vincoli ambientali per permettere ai produttori di coltivare la loro terra.

Per far luce sulla vicenda ho contattato un viticoltore della zona, Andrej Bole, che ha gentilmente risposto alle mie domande concedendo un’intervista chiarificatrice a Vinocondiviso.

Nel prossimo post – domani – l’intervista integrale!

Anche la Borgogna “vittima” degli investitori: Bonneau du Martray agli americani!

Non passano che poche ore dall’annuncio della vendita di Clos Rougeard che viene resa nota la vendita di un altro pezzo importante della viticoltura francese.

Bonneau du Martray: maggioranza in mano ad investitore USA
Bonneau du Martray: maggioranza in mano ad investitore USA

La famiglia Le Bault de la Morinière, proprietaria da oltre 200 anni del celebre domaine Bonneau du Martray  a Pernand-Vergelesses, ha infatti venduto la maggioranza del capitale della società all’investitore americano Stanley Kroenke, proprietario di molte aziende vitivinicole in California tra cui anche la celebre Screaming Eagle Vineyard.

Il business man Kroenke è anche proprietario di molti club sportivi tra cui l’Arsenal.

Il mondo del vino assomiglia sempre più, lo dico con rassegnazione, al mondo del calcio. Vino e calcio sono ormai hobbies per ricchi investitori?

Ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

 

Clos Rougeard ha venduto. Da oggi la Loira non è più la stessa!

E’ una notizia, o meglio un’indiscrezione, della Revue Vin de France che non avrei mai voluto riportare: pare che l’azienda simbolo di Saumur-Champigny, Clos Rougeard, l’alfiere del Cabernet Franc, sia stata venduta!

Clos Rougeard
Clos Rougeard (Credits: chez pim)

Il compratore sarebbe l’uomo d’affari francese Martin Bouygues, già proprietario di Château Montrose.

L’azienda, resa celebre dai fratelli Foucault, è un vero e proprio mito per schiere di appassionati. Solo 11 gli ettari vitati che non hanno impedito, alla schiva ed intransigente (in vigna ed in cantina) famiglia Foucault, di produrre vini che gli enofili di tutto il mondo si contendono a suon di bigliettoni.

Soprattutto negli ultimi anni le famose etichette “Bourg” e “Poyeux” erano di fatto irreperibili sul mercato, nonostante le quotazioni stellari.

Da oggi la Loira non sarà più la stessa. Questa, come altre recenti acquisizioni nel mondo del vino, tolgono un po’ di poesia a noi appassionati: famiglie che hanno fatto la storia enologica mondiale cedono la mano a investitori e gruppi che si muovono con logiche finanziarie e industriali.