“Solouva”: la Franciacorta cerca di smarcarsi dallo Champagne

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Che in Franciacorta sappiano fare sistema ed utilizzare tutte le leve di marketing non è una novità. Le oltre 15 milioni di bottiglie vendute ogni anno sono lì a dimostrarlo.

L’operazione “Solouva” però sembra un progetto di più ampio respiro e che lancia un vero e proprio guanto di sfida allo Champagne. Ma in cosa consiste questo metodo?

Come spiegano i promotori:

Dal punto di vista tecnico solouva è un metodo con il quale vengono prodotti vini a rifermentazione in bottiglia senza la consueta aggiunta di zucchero di canna per provocare la seconda fermentazione e per dosare il vino dopo la sboccatura. Al posto del saccarosio (zucchero di canna o barbabietola) viene utilizzato il mosto delle stesse uve, ricco, in modo naturale, di zucchero.

Insomma, visto che in Franciacorta, a differenza che in Champagne, la maturazione fenolica delle uve viene raggiunta più facilmente (per questioni di climatiche essenzialmente) perché raccogliere uve poco mature con acidità elevate e poi aggiungere lo zucchero a compensare? Raccogliere uva con un grado di maturazione fenolica maggiore ed aggiungere il mosto della stessa vendemmia per far partire la fermentazione in bottiglie ed, eventualmente, per il dosage sembra insomma l’uovo di Colombo.

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méthode champenoise vs. metodo solouva

A maturità fenologica, l’uva, oltre che ad essere ricca di zucchero, sviluppa i composti fenolici del vino, in altre parole, degli elementi che donano al vino i suoi colore, profumo e consistenza. Solo in questa fase le uve riescono ad esprimere le caratteristiche della propria varietà e soprattutto della propria provenienza. Insomma, in questo modo (assenza di zuccheri esogeni) la territorialità dovrebbe essere maggiormente rispettata.

Quest’anno sono oltre mezzo milione le bottiglie di Franciacorta Docg “tirate” con il metodo senza zuccheri esogeni, o più semplicemente “solouva”, il processo di vinificazione applicabile ai vini a rifermentazione in bottiglia (metodo classico) che utilizza solo zucchero auto-prodotto (mosto delle stesse uve) in tutte le fasi di vinificazione.

Come sempre al bicchiere l’ardua sentenza! E non appena avrò modo di assaggiare una di queste bottiglie te lo relazionerò qui in un post ad hoc, prometto…  🙂

Alcune domande rimangono al momento senza risposta:

  • maturità fenolica dell’uva = maggior equilibrio e territorialità. Ma come la mettiamo con l’acidità? I nuovi Franciacorta avranno l’acidità sufficiente senza “aiutini”? Insomma se eliminiamo lo zucchero esogeno non è che poi saremo costretti ad aggiungere qualcosa di peggio?
  • come reagiranno i consumatori che sono stati abituati a metodi classico con acidità importanti, spesso non integrate, ma di certo non “ricchi e maturi”?
  • cosa dirà la critica?

Che se ne parli è già di per sé un primo grande successo dell’iniziativa!

Vuoi sapere le cantine che ad oggi producono “solouva”? Eccole:

Azienda Agricola Arcari+Danesi (Coccaglio), Azienda Agricola Camossi (Erbusco), Azienda Agricola Colline della Stella (Gussago), Agricola Derbusco Cives (Erbusco), Azienda Agricola Sullali (Erbusco), Azienda Agricola SoloUva (Erbusco), Azienda Agricola Vezzoli Giuseppe (Erbusco).

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6 thoughts on ““Solouva”: la Franciacorta cerca di smarcarsi dallo Champagne

  1. In quasi 20anni che ci dimeniamo tra queste vigne e bevuto bottiglie di metodo classico da ogni dove, abbiamo capito alcune cose.
    La prima è che l’acidità senza niente attorno è come un corpo di donna senza forme e che la stessa varia a seconda di come si pressa l’uva.
    Schiacciare la stessa uva al 60% (di resa in mosto) o al 45% o addirittura meno, fa la differenza.
    Un punto e mezzo -se non due- di acidità in più e un ph molto più basso che contribuisce ad una maggiore percezione dell’acidità stessa.
    Per maggiori delucidazioni vi aspettiamo in cantina.
    Grazie per aver ripreso il comunicato

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  2. Grazie molte dell’intervento! Interessante l’aspetto che poni in evidenza sul rapporto tra tipo di pressature delle uve e quantità di acidità….

    Approfitto per porre un’altra domanda, se posso.
    Raccogliere l’uva a maturità aromatica ottimale permette di meglio esprimere il terroir ed i profumi del vino. Ma a quel punto l’aggiunta di mosto o di saccarosio cambia così tanto l’aspetto organolettico del vino? Sono state fatte prove in proposito immagino.

    Credevo che l’apporto del saccarosio fosse del tutto trasparente rispetto alla territorialità del vino.

    Comunque l’iniziativa mi sembra lodevole perché pone l’accento sulla maturità delle uve che in Italia possiamo e dobbiamo raggiungere anche sui vini bianchi per giocare una partita diversa rispetto a quella che giocano (in bianco) i Francesi…

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  3. Pensa a ogni metodo classico che nella sua fase di terziarizzazione (qualche tempo dopo la sboccatura) esprime -prevalentemente- sentori di crosta di pane e lievito generati dai lieviti che mangiano saccarosio. Lo zucchero poi, non porta la ricchezza organolettica di un frutto maturo che in fase di terziarizzazione continua ad esprimere se stesso.
    Oltre a questo, partendo da una base di 12,5% e aggiungendo saccarosio avrò un aumento di grado alcolico di 1,5-2 punti, mentre con il mosto avrò una riduzione del grado di partenza di circa il 9-10%.

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  4. Grazie della chiarezza, pensavo che i sentori di crosta di pane dipendessero l’azione del lievito e basta, indipendentemente da cosa il lievito “mangia” (saccarosio o mosto). Però ora mi è più chiaro, grazie!

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